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C’è posto per la leadership femminile nello studio professionale?

da | Dic 3, 2020 | Comunicazione per la leadership, Persone

Si è celebrata una settimana fa la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Al pari dell’8 marzo, questa occasione richiama l’attenzione sulle donne e sul loro ruolo nella società.

Mi torna alla mente un giorno qualsiasi del 2012, in Tribunale a Milano. Come un giorno qualsiasi nella vita di un praticante avvocato, uscivo da un’udienza. Con la massima ingenuità, percorrendo uno degli immensi corridoi, osservai ad alta voce che nell’intera aula vi erano donne: donna il giudice, l’avvocato di controparte e tutti i presenti. Unica eccezione, il mio dominus. La sua risposta, ricordo, mi gelò:

“La giustizia è in mano alle donne. Ed è per questo che va tutto a rotoli”.

Chissà cosa avrebbero risposto Lidia Poet, prima avvocato donna in Italia, iscritta all’Ordine degli Avvocati nel 1883, Elisa Resignani, prima notaio donna, insediata nel 1928, o Letizia De Martino, prima magistrato donna, entrata in servizio nel 1965.

Lidia, Elisa e Letizia, madri metaforiche di generazioni di avvocati, notai e magistrati declinati al femminile, per le quali i termini avvocata, notaia e magistrata fanno storcere ancora il naso, osteggiati da evidente anacronismo e resistenza culturale.

Quasi 100 anni dopo l’insediamento di Elisa Resignani, la tipica struttura degli studi professionali è ancora una rappresentazione di patriarcato: uno o più uomini a capo di una pletora di donne: l’avvocato e le segretarie, il commercialista e le impiegate, il notaio e le collaboratrici.

Quei “quasi” 100 anni diventeranno un secolo tondo tra 8 anni.

Le statistiche dell’ultimo periodo fanno ben sperare in un cambiamento di scenario all’insegna della leadership femminile, che veda le donne protagoniste come titolari di studio.

Se tra i notai in esercizio da più di 20 anni, infatti, figurano ben 1636 uomini a fronte di sole 654 donne, lo scarto tra uomini e donne nei notai in esercizio da meno di 10 anni si riduce a 197 persone su un totale di 1951 (dati del 2020).

Il mondo forense fotografato nel 2017 registrava 90403 avvocate under 50 rispetto ai 71531 colleghi uomini. Peccato solo che il loro reddito fosse il 40% più basso rispetto a quello degli uomini.

Uscendo dal mondo della dialettica e rivolgendoci al mondo dei numeri, quello dei commercialisti, le statistiche mostrano che un commercialista su tre sia donna e che questo rapporto salga tra i praticanti, dove uno su due è di sesso femminile (dati del 2019). Anche qui, però, lo scostamento di reddito assomiglia tristemente a quello del mondo degli avvocati.

Che ne sarà, quindi, della classica impostazione patriarcale degli studi professionali, tra 8 anni?

Se è difficile fare previsioni per il futuro, e il 2020 ci ha insegnato a non dare per scontato neanche una stretta di mano o un sorriso, si possono però esprimere degli auspici.

La speranza è che le donne riescano a prendersi il posto che meritano, dando vita a studi professionali, da soliste o da associate, in realtà che abbattono, anzi, non creano un soffitto di cristallo, quella famosa serie di sfortunati eventi e regole sociali inespresse che impedisce alle donne di accedere a posizioni manageriali.

Perché, le donne, manager lo sono da sempre: manager deriva dal francese “manager”, derivato a sua volta dal latino “manu agere”, ossia condurre con la mano. Si alzi in piedi chi non è mai stato condotto per mano da una madre, una nonna, una zia, una sorella, un’amica.

Se manager, titolare, professionista, sono posizioni a cui si arriva, grazie a esami, concorsi e promozioni, non vi sono prove da superare per diventare leader.

Il leader è colui, o colei, che conduce le altre persone, che riesce ad avere su di loro una determinata influenza.

Quello che serve alle donne è prendersi il diritto di essere leader. Il diritto di essere a capo e di condurre un gruppo di persone, indipendentemente dal sesso, apportando tutte le qualità che lo stereotipo associa alla leadership femminile: intuito, empatia, attenzione all’altro, inclusività.

La maggior parte degli operatori negli studi professionali è donna: sono le segretarie che si prendono cura del proprio capo, che gli portano il caffè, che subiscono i suoi sfoghi, che risolvono problemi dell’ultimo minuto e riconciliano diatribe interne. Le vere leader sono le donne che nelle retrovie prendono le redini dello studio e ne diventano il collo. Proprio come diceva la madre di Toula ne Il mio grosso grasso matrimonio greco: “L’uomo è il capo, ma la donna è il collo e può farlo girare quando e come vuole!”.

Una sempre maggior consapevolezza del proprio ruolo e delle proprie capacità, un apprezzamento delle proprie peculiari caratteristiche, diverse ma non meno valide di quelle maschili, potrà portare le donne a vivere appieno la propria posizione di titolari di studio, in una realtà di leadership femminile tutta nuova che sta piano, piano prendendo forma.

…e poi vedremo, se davvero “va tutto a rotoli”!

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