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Come combattere l’ansia per le troppe cose da fare

Come combattere l’ansia per le troppe cose da fare

Il modo per combattere l’ansia per le troppe cose da fare cambia da persona a persona, così come da persona a persona cambia la percezione della mole di cose da fare: c’è chi si fa prendere dal panico, chi procrastina, chi si disinteressa totalmente.

I momenti critici

Settembre è per molti professionisti un momento di sovraccarico. Ci sono progetti da fare, come se fosse una specie di inizio anno, ma visto che in realtà si va verso la fine bisogna guardare negli occhi gli obiettivi da raggiungere e siccome si è lasciato tutto sotto naftalina a metà anno bisogna anche fare i conti con tutti quelli a cui si è detto “ne parliamo a settembre”.

L’ansia per le troppe cose da fare può cogliere anche in altri momenti: prima del weekend, prima di partire per le vacanze, in prossimità di una scadenza importante.

La soluzione

La miglior medicina per l’ansia per le troppe cose da fare è la dopamina: “l’ormone della ricompensa”, la chiamano alcuni, mentre a me piace ricordarmi che è il motivo per cui quando faccio una cosa dopo sto meglio (da lì dopa-mina).

La dopamina è un ormone che viene rilasciato a seguito di diverse attività, tra cui fare sport, ascoltare musica e mangiare buon cibo, ed ha un ruolo importante su aspetti quali la motivazione, l’apprendimento, e l’umore.

Lungi da me addentrarmi in discorsi scientifici, che non rientrano (per ora, mai dire mai) tra le mie competenze, è abbastanza facile per ciascuno pensare alla sensazione di soddisfazione dopo aver terminato un allenamento del proprio sport preferito, al buonumore legato ad una canzone della propria gioventù o all’appagamento nell’addentare un cibo preparato con cura e attenzione.

Perché non replicare le stesse sensazioni positive anche nella quotidianità?

Occhi sull’obiettivo

La strada per arrivare all’obiettivo può essere ogni volta diversa, così come diverso può essere l’obiettivo stesso.

Un periodo di dichiarazioni per un commercialista ha come obiettivo terminarle tutte prima della scadenza, e può variare nel modulo da compilare, nei documenti necessari o nel numero di dichiarazioni da inviare.

Il rientro dalle ferie estive per un freelance ha come obiettivo riprendere il lavoro a pieno regime e iniziare i progetti definiti prima delle vacanze oppure trovare nuovi clienti e nuovi incarichi, spesso senza sapere esattamente cosa fare e con il rischio di fare troppo.

Lo svolgimento di un nuovo incarico per la prima volta può sopraffare un professionista che, pur avendo chiaro l’oggetto dell’incarico, non padroneggia ancora le competenze e il metodo di lavoro per svolgere la mansione.

Per fare le cose senza ansia è necessario mettere e mantenere gli occhi sull’obiettivo, ma come si fa se questo obiettivo è sempre diverso e spesso non è definito?

Dal generale al particolare

Scrivere un libro è una grande impresa, ma scrivere 5 pagine al giorno è quasi come bere un bicchier d’acqua. Partendo da questo presupposto, è facile capire come, se si guarda la cosa da fare da lontano, nella sua interezza, possa sembrare più grande e impegnativa di quello che potrebbe sembrare se la si guardasse da vicino, facendo caso alle piccole pennellate che compongono il quadro.

Ogni azione, da quelle quotidiane a quelle importanti, è fatta di piccoli passaggi: è così per la guida dell’automobile, è così per il conseguimento di una laurea, è così per la costruzione di una navicella spaziale.

Avere a mente i singoli passaggi per compiere l’azione da svolgere permette di smontare il mostro e di rendersi conto che è solo un peluche fatto di tessuto, imbottitura e bottoni.

Fuor di metafora, un elenco delle attività da svolgere è indubbiamente utile, purché sia fatto con attenzione e scendendo nel dettaglio: per ogni “atto di compravendita signor Rossi” ci deve essere l’elenco delle attività da svolgere per l’istruttoria e per il post stipula, la lista dei documenti necessari e un’indicazione temporale di quando saranno necessari, oltre al tempo verosimilmente occorrente per svolgere le attività.

Lo stesso procedimento è percorribile per ogni lavoro, per ogni giorno: più si è in grado di scendere nel dettaglio, più si mettono in fila le cose da fare, più è facile stimare il tempo necessario per svolgerle.

First things first

Le to-do list sono da molti osteggiate, e a ragione: una to-do list redatta senza metodo non porta da nessuna parte, se non verso l’ansia.

Ogni to-do list dovrebbe avere un criterio: potrebbe essere di priorità, potrebbe essere di velocità di esecuzione, potrebbe essere urgenza.

A meno che non siano create per essere condivise, le liste sono qualcosa di molto personale e che evolve nel tempo. Quale che sia il metodo di gestione del tempo prescelto, è più che normale partire in un modo e finire in un altro: disegnare uno schema che col tempo sparisce, inserire una codifica a colori che si smette di fare, iniziare con liste quotidiane e poi passare alla lista settimanale.

Scegliere un metodo e aderirvi religiosamente per un periodo più o meno lungo è indubbiamente utile, come può esserlo provare diversi metodi di gestione del tempo e vedere quale sia il più adatto alle proprie esigenze, o a quelle del momento, ma c’è speranza: dopo un po’ diventa facile vedere sul foglio (o sullo schermo) ciò che non si scrive più, come le categorizzazioni, le durate o le priorità, e il metodo diventa più naturale e personale.

Concediti una ricompensa

Quello che non dicono delle to-do list, ma che sanno coloro che le fanno, inclusa la sottoscritta, è che spuntare le cose fatte dà soddisfazione: favorisce il rilascio della dopamina.

Per quanto possa essere salutare concedersi una ricompensa, come una pausa, dopo aver portato a termine le attività da svolgere, imparare a stimare quali e quante cose siano fattibili in un determinato lasso di tempo, svolgerle e poi depennarle dall’elenco è un piacere che conosce solo chi fa e completa le to-do list, chi sa guardare un quadro, vedere le piccole pennellate e apprezzarle tutte e ciascuna, nel giusto ordine.

Studi professionali: il cliente ha sempre ragione?

Studi professionali: il cliente ha sempre ragione?

Il cliente ha sempre ragione: me lo sentivo dire spesso in studio, seguito dall’invito a legare l’asino dove voleva il padrone.

Assecondare il cliente in tutto e per tutto è uno degli approcci possibili, alternativo all’approccio radicalmente opposto, quello di voler restare fermi sulle proprie posizioni. Qual è il comportamento giusto da adottare? Dipende.

Tipi di clienti

A seconda del tipo di studio professionale o del tipo di attività si avrà una prevalenza di clienti spot o di clienti abituali: se un commercialista avrà prevalentemente clienti abituali, che danno mandato per la contabilità e restano per anni, un notaio avrà probabilmente una maggioranza di clienti spot, quelli che una volta nella vita acquistano casa e fanno un mutuo trentennale per pagarla.

È chiaro come, a fronte di un diverso tipo di cliente, corrispondano diverse necessità e diversi presupposti.

Il cliente spot

Il cliente che si rivolge a un avvocato o a un notaio, contrariamente a quanto accade comunemente negli studi dei commercialisti o dei consulenti del lavoro, varca la porta (o manda una mail, o telefona) per trovare soluzione a un bisogno specifico e che, la maggior parte delle volte, non avrà più per il resto della sua vita.

L’obiettivo con questi clienti è offrire un servizio senza intoppi, che non incida negativamente sulla vita del cliente al punto da portarlo a consigliare lo studio ad amici e parenti.

Il cliente abituale

Il cliente di un commercialista, tipicamente, conferisce mandato per la contabilità e poi si “dimentica” del professionista, aspettandosi non tanto un risultato specifico, come è il caso del cliente di un avvocato o di un notaio, ma una prestazione continuativa nel tempo.

Per arrivare ad abbandonare studio professionale, scegliendone un altro, deve, alternativamente:

  • essere stato scontentato più e più volte, oppure
  • essersi confrontato con qualche conoscente, amico o parente che gli ha detto “il mio commercialista costa meno”.

La risposta ad entrambe le ipotesi è una frase che ripeto spesso: “il professionista che viene scelto solo per il prezzo ha perso in partenza”.

In questo caso, oltre a far sì che consigli lo studio ad amici e parenti, è sicuramente non perdere il cliente per strada.

Educare il cliente

L’insoddisfazione di un cliente nasce sempre dall’aspettativa: che sia relativa al prezzo, alle tempistiche, alla persona con cui si deve relazionare, una lamentela non può che nascere da un’aspettativa disattesa.

Se il vecchio adagio recita “uomo avvisato, mezzo salvato”, allora ancor prima di accettare il cliente è necessario chiarire cosa sia lecito aspettarsi e cosa no, quali siano le regole e le procedure dello studio, quali siano le tariffe applicate.

Una buona procedura di onboarding del cliente dovrebbe includere, oltre alla sottoscrizione di un mandato, una comunicazione relativa alla persona di riferimento, alle fasi di lavorazione delle pratiche, ai documenti richiesti, ai tempi e alle modalità di pagamento.

Un cliente abbandonato a se stesso è un cliente che ha tante domande, che rivolgerà inevitabilmente alle persone che quotidianamente hanno a che fare con lui: i dipendenti dello studio, quelli che rispondono a mail e telefonate.

Decisioni come quella di assecondare sempre e comunque le richieste dei clienti o di non comunicare bene il servizio offerto si riflettono sui collaboratori, che non hanno la serenità di lavorare entro limiti definiti, che devono dedicare una parte del proprio tempo a ripetere concetti che dovrebbero essere chiari o che devono adattarsi a ogni persona con cui abbiano a che fare: il cliente non ha sempre ragione e il rispetto deve essere a doppio senso.

Educare se stessi

Per comunicare al meglio il tipo di servizio offerto e di relazione professionale che verrà instaurata è necessario in primo luogo educare se stessi: a quali clienti ci si vuole rivolgere? Che aspettative hanno? Sono in grado di soddisfarle? Qual è il prezzo che mi permette di stare a galla? Quanto tempo posso dedicare a ogni adempimento? Quali sono i comportamenti che non intendo accettare? In quali ambiti intendo continuare a formare il personale dello Studio?

Non avere ben chiaro il cliente a cui ci si rivolge e non conoscere il funzionamento del proprio Studio porta a incomprensioni e inefficienze – in definitiva, a minor redditività.

La customer satisfaction

Se l’obiettivo è la soddisfazione del cliente, per far sì che, a seconda dei casi, resti cliente, torni ad esserlo o consigli lo Studio ad altre persone, è importante accogliere le segnalazioni, se non addirittura incoraggiarle.

Un sistema di raccolta feedback strutturato è auspicabile: potrebbe essere un questionario a fine anno, oppure al temine della pratica, per monitorare punti deboli e punti di forza dello Studio o per sollecitare la condivisione di osservazioni esterne.

Dire sempre no e chiudersi a riccio di fronte ad ogni contestazione potrebbe essere controproducente, soprattutto a fronte del fatto che lo stesso disagio potrebbe essere percepito da più persone che, però, non lo manifestano.

Il cliente ha sempre ragione? Dipende, ma instaurare un dialogo non fa male.

La customer experience più bella è quella che ti porta clienti

La customer experience più bella è quella che ti porta clienti

La customer experience delle persone che hanno a che fare con il tuo Studio può essere l’elemento differenziante che attrae nuovi clienti: ci avevi mai pensato?

Customer journey

La valutazione della customer experience passa dall’analisi della customer journey, cioè il “viaggio del cliente”. Attraverso la customer journey map è possibile disegnare il percorso, o meglio dire i percorsi, al plurale, che i clienti affrontano quando richiedono servizi allo Studio.

Tracciare la customer journey map è un’esercizio di immedesimazione nel prossimo e di valutazione dell’offerta esistente.

Ipotizzando uno studio notarile, la customer journey potrebbe iniziare dalla richiesta del preventivo (o addirittura dal reperimento dei contatti per richiederlo), passando per l’ottenimento dello stesso, la sottoscrizione del mandato, lo scambio documenti, la stipula, il pagamento e il post stipula.

Sebbene possa apparire a prima vista come un esercizio semplice e banale, in realtà la mappatura deve tenere conto di tutti i canali, i tempi e le risorse assegnate a ciascun “touchpoint” del percorso.

Esempi di customer experience

La customer experience di uno studio professionale potrebbe riguardare singole attività come attività ripetitive.

Nello studio di un commercialista, ad esempio, diversa è l’esperienza per la contabilità annuale rispetto all’esperienza per la costituzione di una srl: la prima deve essere mossa dall’abitudine e dalla costante ottimizzazione, la seconda deve essere improntata sulla facilità di fruizione.

Se quanto gestito all’interno degli studi dei commercialisti è solitamente attività di ordinaria amministrazione, l’attività degli studi notarili e degli studi legali è spesso legata a momenti emozionanti e a volte unici: l’emozione positiva dell’acquisto dell’unica casa della vita, l’emozione negativa di una causa di lavoro, o di un divorzio.

Saper guardare il servizio offerto al cliente attraverso i suoi occhi ed essere in grado di accoglierne e rispettarne le emozioni è cruciale per la creazione di una customer experience oltre le aspettative.

La customer experience da remoto

La sempre più diffusa digitalizzazione e la conseguente progressiva trasformazione digitale stanno aprendo le porte alla gestione dei clienti da remoto: non è impossibile pensare a commercialisti, avvocati o consulenti del lavoro che non abbiano mai visto il proprio cliente o che, addirittura, non abbiano un ufficio in cui ricevere estranei.

Organizzare l’attività per la fruizione da remoto deve tenere conto di quella carenza nella comunicazione che si perde in mancanza del contatto di persona. Ecco perché assume maggiore importanza l’omnicanalità: più è virtuale il rapporto, più il cliente deve avere modo di sentirsi vicino al proprio professionista di riferimento, che sia tramite servizi di messaggistica, piattaforme di scambio documenti o videochiamate.

Il cliente che sceglie un professionista da remoto è di per sé un cliente abituato al digitale e a questa modalità di comunicazione e di gestione delle attività: capire cosa desideri e cosa soddisfi questa persona è già in parte svelato, l’importante è gestire tutto al meglio.

La customer experience di persona

Aneddoto personale: ricordo di uno studio notarile che per ogni stipula organizzava la stanza con fiori freschi e un vassoio con biscotti, acqua e succo di frutta. Lo studio era luminoso, ben arredato, e persino il bagno aveva una carta da parati memorabile. A partire da quell’esperienza, ho iniziato a valutare i ristoranti e i posti in cui mi sono recata dalle condizioni dei bagni: a un bagno sporco e malconcio corrisponde quasi matematicamente una scarsa attenzione al cliente.

La customer experience del cliente che ha un rapporto anche fisico, oltre che digitale, passa per i locali che deve frequentare e per le persone che incontra: il sorriso e il comportamento della persona che sta in reception sono il biglietto da visita dello Studio, la luminosità degli ambienti e l’ordine che li caratterizza sono un’immagine mentale che influenzerà il cliente ogni volta che si rivolgerà ai professionisti che lo seguono.

Customer satisfaction

L’obiettivo di una customer experience appagante è, naturalmente la soddisfazione del cliente, o customer satisfaction, volta alla fidelizzazione nei confronti dello studio professionale o di qualsiasi organizzazione o brand.

Uno degli indici per la misurazione della customer satisfaction è la propensione a consigliare un dato brand (o organizzazione, azienda, studio professionale) ad amici e parenti: si chiama Net Promoter Score.

Più è positiva l’esperienza del cliente, più questi si affeziona allo Studio e più sarà propenso a suggerire ad altri di vivere la stessa esperienza.

La rilevazione della customer satisfaction deve essere svolta periodicamente e gli eventuali risultati negativi devono essere interpretati come stimoli a modificare quegli elementi che, per abitudine o per incuranza, creano disagi nella fruizione del servizio da parte del cliente, cioè la customer journey e, di conseguenza, la customer experience.

L’onboarding del dipendente dello studio professionale

L’onboarding del dipendente dello studio professionale

L’onboarding del dipendente è un’attività tanto importante quanto trascurata, per non parlare di quello dei praticanti.

Il mio primo mese di praticantato forense è stato su una poltroncina collocata al lato di una porta, in una stanza che poteva contenere a malapena una scrivania. La scrivania non era la mia, naturalmente, era quella dell’avvocato. Io la scrivania non ce l’avevo. Avevo la poltrona, il mio computer portato da casa e poggiato sulle ginocchia, e dovevo usare il mio indirizzo e-mail anche per le comunicazioni di lavoro.

Dopo un mese, quando il proprietario della scrivania ha abbandonato lo studio, ho guadagnato la scrivania. L’indirizzo mail dello studio è arrivato dopo.

Effettivamente, il ritardo di tre ore per il primo colloquio doveva farmi capire quanta importanza si desse in quello studio alle persone.

In cosa consiste l’onboarding del dipendente?

Proprio come quando si imbarcano i passeggeri in aereo, prima di accogliere un nuovo collaboratore è necessario effettuare alcune operazioni che consentano di ricevere al meglio il nuovo arrivato.

Se alcune attività, per quanto scontate, sono comunque ignorate, ve ne sono altre che non vengono prese in considerazione.

Le selezioni

Lo Studio deve sempre sapere dove sta andando, quali sono i suoi obiettivi a medio e lungo termine e come abbia intenzione di raggiungerli.

Le attività che dovrà svolgere la nuova risorsa devono essere ben definite e disegnate: che si tratti di una nuova specializzazione da fornire ai clienti, la sostituzione di una persona in uscita o lo sgravio di una risorsa sovraccarica, è bene sapere quali mansioni dovrà svolgere e quali competenze dovrà avere il nuovo collaboratore.

La chiarezza su ruolo, mansione competenze è l’elemento principe della redazione di un annuncio di lavoro efficace, importante durante i colloqui per avere un metro di valutazione dei diversi candidati.

Prima dell’inserimento

L’onboarding del dipendente o del collaboratore o praticante inizia prima del primo giorno di lavoro.

Per evitare di fare la figura del mio (ex) dominus, infatti, è necessario accertarsi di aver predisposto spazi e strumenti, unitamente alla documentazione necessaria.

Contratto di lavoro

Il dipendente deve aver sottoscritto il contratto di lavoro e tutti i documenti correlati contestualmente o prima dell’inizio del rapporto di lavoro.

Per un collaboratore esterno non è necessario un contratto, anche se è buona norma averlo, ma è sicuramente necessario definire per iscritto importi, modalità e tempistiche di pagamento.

Per un praticante è utile dare supporto per la documentazione necessaria all’Ordine di appartenenza.

Spazi fisici e virtuali

Il primo giorno di lavoro la persona deve avere a disposizione uno spazio adeguato.

Può essere una postazione di lavoro dedicata, può essere a rotazione, può essere provvisoria in quanto è stata definita l’introduzione del lavoro da casa, ma una situazione in cui la persona non abbia un posto decoroso dove sedersi non è accettabile.

Grande importanza hanno anche gli spazi virtuali: casella e-mail e account dei software in uso devono già essere pronti e configurati sul dispositivo dato in uso alla nuova persona, o messi a disposizione nel caso di BYOB (Bring Your Own Device, uso dei propri dispositivi personali).

Dopo l’inserimento

La formazione della risorsa deve essere organizzata e non lasciata al caso.

Chi se ne occuperà? Il nuovo arrivato affiancherà una persona o dovrà apprendere da più persone? Sono previsti corsi di formazione?

Naturalmente la formazione non riguarda solo le competenze tecniche, ma dovrà comprendere anche tutti gli aspetti di compliance e l’organizzazione dello Studio: uffici, spazi comuni, persone, ruoli, abitudini, dress code, orari di lavoro, così come i valori.

I KPI della formazione devono essere definiti insieme ai mentori prima dell’inserimento e monitorati costantemente, in modo da valutare la persona durante il periodo di prova e adottare eventuali comportamenti correttivi sul metodo di formazione.

La formazione continua, che non si limita al minimo indispensabile al momento dell’inserimento ma continua nel tempo è un elemento chiave per la retention della singola persona e per la crescita della qualità del servizio offerto dall’intero Studio.

Vantaggi dell’onboarding del dipendente

Fino a poco tempo fa, il coltello dalla parte del manico era nelle mani del datore di lavoro, ma negli ultimi tempi non è più così.

Le grandi dimissioni post pandemia e la maggiore consapevolezza delle nuove generazioni hanno portato a una carenza di personale negli studi professionali. Personale che da un lato invecchia e dall’altro ha scarsa motivazione.

Dimostrarsi attenti alle esigenze di ciascuno, ispirandosi a logiche di equità e non di uguaglianza, accogliere le persone con cura e attenzione, badando tanto agli aspetti formali quanto a quelli sostanziali, creare percorsi di inclusione delle nuove persone, senza lasciarle in balìa del caso e dell’istinto di conservazione del gruppo è un modo meraviglioso per differenziarsi dagli altri Studi e per essere scelti, consapevolmente, ogni giorno.

Customer onboarding per lo studio professionale

Customer onboarding per lo studio professionale

Il customer onboarding di uno studio professionale è dato da tutte le attività che avvicinano il nuovo cliente alla realtà dello Studio, facendogli conoscere persone, riferimenti, abitudini.

Cos’è il customer onboarding

Applicato ai servizi web, il customer onboarding rappresenta un processo di ottimizzazione dell’esperienza dell’utente per creare un rapporto solido e duraturo. Solitamente il customer onboarding si concretizza in email di benvenuto, tour del prodotto o step di configurazione da compiere.

Come si declina nella vita al di fuori del web e, nello specifico, negli studi professionali?

Nei panni del cliente

Le persone difficilmente lasciano il commercialista, a meno che non trovino un professionista eccezionalmente a buon mercato o il rapporto con il precedente professionista non si incrini.

Lo stesso dicasi anche per il rapporto con avvocati e notai, anche se per queste categorie manca l’elemento di continuità del rapporto, dal momento che nella maggior parte dei casi ci si rivolge loro per motivi specifici e circostanziati.

Indipendentemente dall’albo di appartenenza, però, l’elemento accomunante il rapporto tra i clienti e i diversi professionisti, però, è sempre uno: la fiducia.

Un nuovo cliente di uno studio professionale arriva tramite passaparola, tramite un’attività di networking del professionista o perché ha trovato il nome, il sito o qualche contenuto sui social; in ogni caso entra in punta di piedi, guardingo, come un estraneo in casa altrui.

Verrebbe da dire: “C’è nessuno?”.

Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, il nuovo cliente resta spesso abbandonato, spaesato e senza indicazioni, finché non capisce da solo con chi parlare, come, e quando aspettarsi cosa.

Con buona pace dell’elemento che fa da collante tra professionista e cliente e che lo dissuade dal cambiare studio.

Cosa si può fare, quindi, per agevolare la conoscenza reciproca tra cliente e Studio?

Buone abitudini di customer onboarding

A prescindere dalle modalità scelte e dall’ordine definito, ogni nuovo cliente dovrebbe essere aiutato nel conoscere le persone di riferimento e nel sapere cosa aspettarsi e quando. Lato Studio, invece, la raccolta dei documenti e delle informazioni dovrebbe avvenire pressoché immediatamente, in modo da non avere soggetti fantasma che possono sfuggire alle maglie degli adempimenti, delle scadenze o della fatturazione.

Sottoscrizione mandato e documenti relativi alla compliance

L’adempimento che sembra più logico e banale è sempre quello più ignorato e dimenticato, sotterrato da miriadi di motivi e cose più urgenti da fare. Che poi, in un’altra lingua, si chiamano “scuse”.

È sicuramente utile preparare uno schema volto a definire i preventivi in modo quasi automatico, così come è utilissimo creare una cartella con le bozze di file da compilare di volta in volta con i dati del singolo cliente.

Raccolta documenti

Servono per creare l’anagrafica in archivio, sono fondamentali ai fini antiriciclaggio, tornano utili per la compilazione del mandato e dei documenti operativi.

Ogni professionista e ogni pratica necessita documenti diversi: avere pronta una checklist, frutto di studio, buonsenso ed esperienza, aiuta sia nel controllo di avere tutto, sia nella formulazione della richiesta al cliente.

Indicazione del collaboratore referente

Avere un nome, se non addirittura un volto, associato a numero di telefono, indirizzo email e orari di reperibilità, serve al cliente per non sentirsi solo e spaesato.

Il collaboratore referente è per il nuovo cliente come l’unico amico ad una festa con sconosciuti: un porto sicuro.

Obiettivi raggiungibili con il customer onboarding

Migliorare il customer onboarding ha effetto diretto sulla fiducia e sul senso di appartenenza del cliente nei confronti dello studio professionale a cui si rivolge.

Operativamente, adottare un customer onboarding efficace si traduce in tempo risparmiato nel chiedere documenti senza logica e senza metodo e in maggiore protezione quando si tratta di riscossione dei crediti.

Più si affina il processo di customer onboarding, più lo Studio è organizzato e in grado di gestire, e non subire, un alto numero di clienti.

Provare per credere.

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